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A CHE SERVE LA MEMORIA? PDF Stampa E-mail
Friday 05 February 2010
Inoltriamo questo comunicato che abbiamo ricevuto da alcune compagne milanesi.
Il comunicato ha l'intento di attirare l'attenzione sulle RIPETUTE VIOLENZE CONTRO LE DONNE ACCADUTE NEL CIE DI MILANO che finora sono passate sotto silenzio, nonostante si sappia che in quei luoghi la miscela di razzismo e sessismo è un mix esplosivo.
Tra le cinque immigrate del Cie di via Corelli che sono state incarcerate dopo la rivolta dell'estate scorsa, una situazione molto pesante riguarda in particolare Joy ed Hellen, che hanno denunciato l'ispettore capo del Cie per un tentativo di stupro.
Ora, in attesa di processo, rischiano di essere rimandate proprio nel luogo da dove han cercato di fuggire, rischiando prevedibili ritorsioni.
Il 12 febbraio Joy uscirà dal carcere, insieme ad Hellen Florence, Debby e Priscilla.
Appuntamento venerdì 12 febbraio alle 6.30 del mattino davanti alla stazione Albate Camerlata FS - Como. Da lì in poi sotto il carcere di Como, fino alla liberazione di Joy.
Leggi sulla situazione di Joy

A CHE SERVE LA MEMORIA?

GIUSTAMENTE SI RICORDA L’ORRORE DEI LAGER NAZISTI, MA SI CONTINUA A TACERE SULL’ORRORE DEI CENTRI DI
IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE
JOY E HELLEN NON DEVONO TORNARE NELLE MANI DEGLI AGUZZINI!

Nei giorni della memoria in Lombardia si sono moltiplicate le iniziative per ricordare gli atroci lager che il nazismo costruì per annientare e cancellare dal mondo gli ebrei, i rom, gli omosessuali, i dissidenti politici, considerati alla stregua di “nonpersone”.
In Italia e in Europa vi fu complicità e indifferenza di fronte alla deportazione di uomini, donne e bambini, sospinti a pugni e schiaffi verso i treni che li avrebbero condotti allo sterminio. Oggi si condanna quell’indifferenza che giustamente appare come una barbarie peggiore dell’odio, qualcosa di impensabile, impossibile da replicare.
Ma tale barbarie si sta ripetendo: la detenzione nei lager chiamati Cie (Centri di identificazione ed espulsione), la deportazione nei paesi di origine, il respingimento di massa e la reclusione nei campi di concentramento in Libia come in Marocco, sono la risposta che l'Europa di Schengen ha scelto di dare alla questione della migrazione.
In Italia il pacchetto sicurezza ha sancito la clandestinità come reato. Oggi esistono lager dove donne e uomini, costretti a emigrare dal proprio Paese per sfuggire alla fame o alle guerre, e spesso anche a persecuzioni politiche, vengono detenuti e privati dei diritti umani fondamentali.
Nei Cie, di cui Milano finge di ignorare l’esistenza nonostante i ripetuti suicidi e i frequentissimi atti di autolesionismo provocati dalla disperazione di chi si trova ingiustamente chiuso in trappola, soprusi e violenze sono all’ordine del giorno. Ma alle donne, spesso giovanissime vittime di racket internazionali specializzati nella tratta di esseri umani, tocca subire in più l’odioso crimine della violenza sessuale.
Quarant’anni fa le femministe riuscirono a smascherare e rovesciare l’ipocrisia di una società maschilista che considerava gli stupri “atti contro la morale” invece che delitti contro la persona. Oggi, a distanza di tanti anni, si deve riprendere la lotta non soltanto contro il persistere di una cultura ancora profondamente maschilista cui si devono ripetuti casi di violenza e femminicidio, ma anche in difesa delle migranti rinchiuse nei Cie, considerate come “nonpersone” senza diritti e sottoposte a continui ricatti sessuali.
Joy ed Hellen, due delle cinque donne arrestate insieme ad altri migranti in seguito alla rivolta di quest’estate in via Corelli, hanno avuto il coraggio di denunciare in Tribunale l’ispettore-capo per un tentativo di stupro. In attesa di processo, saranno scarcerate il 12 febbraio, ma rischiano di essere nuovamente deportate nei Cie, in mano agli stessi aguzzini da cui si sono dovute difendere, con gravissimo rischio per la loro incolumità fisica e psichica, oppure rimandate tutte nei loro Paesi d’origine e ricacciate in quelle gravissime situazioni di pericolo a cui hanno cercato di sottrarsi.
Non si può fingere di non sapere, non si può essere complici. Il patriarcato ha sempre diviso le donne tra buone e cattive, tra puttane e madonne: non accettiamo che oggi cerchi di dividerci tra “legali” e “illegali”. La violenza contro le donne è sempre e comunque un crimine inaccettabile.
Scendiamo dunque in campo contro i nuovi lager e i meccanismi di potere che li legittimano nell’indifferenza generale. Dopo il nazismo è stato detto: mai più! Eppure oggi in Italia e in Europa abbiamo leggi che privano altri esseri umani dei diritti fondamentali. A cosa serve allora la memoria?

Facciamo sentire a chi è prigionier* dietro quelle sbarre la solidarietà di tutt* coloro che non sono più dispost* a tollerare l'esistenza di questi lager, né le torture e gli omicidi di stato che si vorrebbero occultare al loro interno.

Le donne che si sono incontrate al presidio del 25 novembre in piazza Cadorna e che vogliono rompere il silenzio di Milano sulle violenze nei Cie.
 
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