| LE BARRICATE DEL '22 |
|
|
|
| Friday 23 March 2007 | |
|
L’isola bolscevica, armata e delinquente Parma e le barricate antifasciste dell’agosto 1922 di William Gambetta 1. Lo “sciopero legalitario” nel clima della guerra civile Alla fine del luglio 1922, in seguito all’inasprirsi delle violenze fasciste contro le organizzazioni e le sedi del movimento operaio, l’Alleanza del lavoro, una federazione dei sindacati italiani, proclamò per il primo agosto uno sciopero generale in “difesa delle libertà politiche e sindacali” . La mobilitazione fu appoggiata e promossa anche dai riformisti del Psi di Filippo Turati e Claudio Treves; ma per questi ultimi essa non aveva alcun valore politico generale, era solamente un’arma di pressione verso la monarchia e il parlamento al fine di formare un esecutivo di “centro-sinistra” dopo la crisi del governo Facta. Il Partito nazionale fascista preparò una risposta armata in grande stile. Benito Mussolini dichiarò che se entro 48 ore lo sciopero non fosse finito, le camicie nere si sarebbero sostituite agli organi dello stato per riportare il paese alla normalità e all’ordine. Infatti, con il beneplacito di esercito e pubblica sicurezza le squadre fasciste ebbero mano libera (quando non addirittura aiuto logistico e militare) nel reprimere la protesta dei lavoratori. I capi socialisti e dell’Alleanza del lavoro tornarono immediatamente sui propri passi e dichiararono la fine della mobilitazione; ciò diede il via a nuove e più cruente azioni reazionarie. Lo “sciopero legalitario”, dunque, pur andando incontro alla volontà di lotta di ampi settori del movimento operaio, fallì miseramente per il tatticismo e l’indecisione dei dirigenti socialisti. Dal 3 agosto, tuttavia, in alcune zone lo sciopero si trasformò in una disperata resistenza contro le squadre di Mussolini. Scontri si ebbero nelle zone popolari di Ancona, Brescia, Milano, Bari, Genova, Livorno e, soprattutto, Parma. In tutte le città, salvo quest’ultima, le spedizioni punitive terminarono con un totale ed evidente trionfo: le devastazioni di circoli, cooperative, sindacati, giornali ed amministrazioni popolari coprirono tutta la penisola, così come i pestaggi e le uccisioni di esponenti e militanti dell’antifascismo. Nella città emiliana, invece, i fascisti si scontrarono per cinque giorni con gli operai armati e dopo duri combattimenti la rotta delle camicie nere fu completa . 2. La resistenza armata di Parma (1-5 agosto 1922) I lavoratori di Parma avevano risposto compatti allo sciopero generale di agosto, e forti delle tradizioni locali del sindacalismo rivoluzionario, mostrarono ancora una volta una grande capacità di mobilitazione e di combattività. La città – scrisse lo stesso ras squadrista Italo Balbo – era “rimasta quasi impermeabile al fascismo” , conservando l’anima popolare di ribellione alle gerarchie e allo stato. Dal giugno 1921 operava, nei rioni popolari dell’Oltretorrente e del Naviglio contro le spedizioni delle camicie nere, l’organizzazione armata degli Arditi del popolo . A capo di questa associazione vi era il deputato Guido Picelli che, in un articolo del 1934, ricordò: “Gli ‘Arditi del Popolo’ sorti anche a Parma… per iniziativa di un gruppo di operai di tendenze diverse, contro la volontà dei capi degli organismi politici e sindacali, tennero testa per più di un anno, in città e nella campagna, alle camicie nere con una continua ed incessante attività difensiva ed offensiva” . L’organizzazione paramilitare aveva l’obiettivo di respingere gli attacchi e i pestaggi delle squadre fasciste. All’articolo 1 dello Statuto degli arditi di Parma si precisava che scopo dell’associazione era “difendere con ogni mezzo i lavoratori del braccio e del pensiero dalle violenze nemiche e da ogni sorta di sopraffazioni” . L’organizzazione arruolava operai e contadini ex-combattenti della prima guerra mondiale, giovani lavoratori con alle spalle l’esperienza delle “guardie rosse” del 1919-1920 e “tutti coloro che senza distinzione di partito siano disposti a combattere risolutamente le orde avversarie e s’impegnino ad osservare la stretta disciplina” (art. 2 dello Statuto). Nell’agosto 1922, quindi, entrambe le parti erano pronte: da un lato i fascisti, che mobilitarono per la spedizione sulla città emiliana più di 10.000 uomini (alle squadre cittadine si aggiunsero quelle delle province limitrofe), organizzati e diretti da Balbo, arrivato a Parma da Ferrara per ordine della Direzione nazionale del Partito fascista; dall’altro i lavoratori e le famiglie dei quartieri più poveri della città, che sostennero senza riserve la resistenza degli Arditi del popolo. “Sono convinto – rifletteva Balbo durante i giorni dei combattimenti – che la partita che si sta per giocare supera come importanza tutte le precedenti. Per la prima volta il fascismo si trova di fronte un nemico agguerrito e organizzato, armato ed equipaggiato e deciso a resistere a oltranza” . Gli scontri durarono quattro giorni. La popolazione dei rioni Oltretorrente e Naviglio asserragliata dietro le barricate respinse, uno dopo l’altro, gli attacchi delle truppe fasciste che occupavano il centro borghese della città. Dietro le fortificazioni improvvisate, agli ordini di Picelli e Antonio Cieri (che comandava le squadre del Naviglio), resistettero, fianco a fianco, superando i vecchi attriti, arditi del popolo e anarchici, comunisti e socialisti, sindacalisti rivoluzionari e repubblicani, democratici e giovani cattolici che dissentivano dalle direttive del Partito popolare . Nel corso degli scontri morirono sei uomini tra i popolani e numerosi furono i feriti su entrambi i fronti. Dopo un ennesimo tentativo di sfondare le trincee dell’Oltretorrente, fallito, all’alba del 6 agosto il comando militare di Balbo decise di abbandonare la città. La smobilitazione fu attuata frettolosamente dopo un compromesso con le autorità militari, che si impegnavano a dichiarare lo stato d’assedio . Tale soluzione mostrava l’evidente sconfitta dell’operazione repressiva del fascismo, incapace di penetrare nei quartieri controllati dagli insorti. Simbolo di questo esito politico e militare, fondato su una strategia non solo difensiva ma anche aggressiva, i colpi di pistola indirizzati a Balbo nel momento in cui lasciava Parma: “I sovversivi – scrisse il comandante fascista – mi hanno dato il saluto delle armi sparando colpi di rivoltella contro la mia automobile davanti all’albergo. Ci siamo lanciati all’inseguimento, ma gli sparatori sono riusciti facilmente a dileguarsi” . I soldati del generale Lodomez, comandante delle truppe reali della città, vennero accolti nei borghi popolari al grido di “Viva l’esercito proletario!”, vino venne versato ai militari che si erano rifiutati di aiutare la repressione e la gioia e l’entusiasmo esplose in ogni strada. Nei giorni successivi le barricate vennero rimosse e la situazione tornò alla normalità. Ma anche quando alla fine di ottobre, con la marcia su Roma e l’incarico a Mussolini di formare il governo regio, finiva l’epoca dello stato liberale ed iniziava quella del ventennio fascista, gli arditi di Parma non smobilitarono ma continuarono la vigilanza armata tentando di mettere a frutto sul piano nazionale l’esperienza vittoriosa. Già all’inizio di ottobre, sul primo ed unico numero del giornale a cura del Direttorio degli arditi parmensi, si proclamava: “Il Comitato di Difesa Proletaria di Parma lancia ai lavoratori di tutta Italia un appello per la costituzione immediata dell’esercito rosso. Dalla fortezza ancora nostra, in tutta la valle padana, dalla capitale proletaria, unico centro di resistenza, parte la parola d’ordine: contadini ed operai trasformatevi in soldati, costituite i battaglioni pronti a combattere per la nostra causa, per la libertà” . 3. Parma, “isola di bolscevismo armato e delinquente” Alla base del successo antifascista di Parma vi furono numerose ragioni sociali e politiche, ma sicuramente tre sono state determinanti nel respingere l’operazione militare fascista. Innanzitutto alle spalle delle barricate del 1922 vi era una radicata tradizione di lotte popolari. La città è attraversata da un torrente che la divide in due parti. Nel primo dopoguerra il confine tracciato dal corso d’acqua non era solo topografico, ma sociale, culturale e politico. Ad est del torrente infatti, si ergeva la “Parma nuova”, la città storica, centro politico, economico e finanziario del complesso urbano, abitata dalla media ed alta borghesia in signorili palazzi con strade larghe ed eleganti; viceversa verso ovest, nella “Parma vecchia”, la città si mostrava degradata e miserevole, qui trovavano sede le case e le osterie buie e strette degli operai, dei lavoratori a giornata, dei piccoli artigiani e del sottoproletariato. Nella città vecchia dell’Oltretorrente, così come nel rione del Naviglio (che sorgeva a ridosso dello scalo merci ferroviario e della nascente zona industriale) il movimento operaio aveva costruito forti radici sindacali e politiche . La popolazione di questi borghi aveva partecipato allo sciopero bracciantile del 1908, ma già nella seconda metà dell’Ottocento aveva mostrato un indomabile spirito di ribellione verso l’autorità statale. Uno dei metodi di lotta consolidati, quasi “abituale” della gente dell’Oltretorrente, era il rifugio nel proprio quartiere con lo sbarramento dei borghi stretti e contorti, con il lancio di pietre nelle strade e di tegole dai tetti: una naturale autodifesa dalle forze di pubblica sicurezza e dell’esercito regio, viste come corpo estraneo e nemico della comunità. L’associazione degli Arditi del popolo trovò nella solidarietà popolare del quartiere e nella tradizione barricadiera dell’Oltretorrente due elementi indispensabili per la lotta al fascismo. Per i lavoratori dei borghi erigere le barricate nel 1922 significò, da un lato, ripetere un gesto tradizionale di difesa dagli “sgherri” e, dall’altro, proteggere la propria casa, le proprie associazioni sindacali e politiche, il proprio quartiere dalla violenza distruttrice delle squadre nere. Ancora Guido Picelli ricordò: “Nessuno può descrivere come il grande lavoro è proceduto né dire con quanta volontà. Le pietre ed il selciato avevano preso un’anima; formavano una cosa sola col popolo sceso sulla piazza a dichiararvi la propria sovranità”; e più avanti: “Le truppe fasciste venivano all’assalto a plotoni serrati, ed i nostri, fermi in trincea, impassibili, rispondevano al fuoco e le donne dalle finestre incoraggiavano ed incitavano. Nei momenti di tregua scendevano a baciarli ed abbracciarli. Gli umili e pur sì grandi eroi erano i loro figli!” . 4. L’esperienza della “grande guerra” Inoltre, nel dopoguerra, sotto l’impulso della Rivoluzione d’Ottobre del 1917 e dopo i sacrifici nelle trincee del primo conflitto mondiale, le masse proletarie nutrivano profonde speranze per la propria emancipazione. Furono queste le ragioni della mobilitazione operaia e contadina del “biennio rosso” e della nascita delle organizzazioni proletarie degli ex-combattenti. Gli stessi Arditi del popolo erano il frutto di una scissione da sinistra dell’associazione degli Arditi di guerra (i reparti d’assalto dell’esercito italiano costituiti nel 1917) e lo stesso leader della rivolta parmigiana, Picelli, era stato sottotenente di fanteria durante il conflitto mondiale (decorato al valore con medaglia di bronzo) e, una volta tornato a casa, promotore in città della Lega proletaria dei reduci e invalidi di guerra e nel 1920 tra i fondatori della Guardia rossa. Sta qui la seconda ragione della vittoria antifascista. Nella rivolta di Parma l’esperienza tecnico-militare della grande guerra trovò un ampio utilizzo nella difesa operaia. Le fotografie di quei giorni mostrano numerosi lavoratori con gli elmetti e le decorazioni conquistate in trincea (simboli dell’orgoglio dei reduci), i borghi sono chiusi con tecniche militari (filo spinato e picchetti, fossati e parapetti), le armi sono quelle portate a casa dal fronte: “In poche ore, i rioni popolari della città presentarono l'aspetto di un campo trincerato. La zona occupata dagli insorti fu divisa in quattro settori… Ad ogni settore corrispose un numero di squadre in proporzione alla sua estensione… Ogni squadra era composta di otto-dieci uomini… Soltanto una metà degli uomini poterono essere armati di fucile o di moschetto. Tutte le imboccature delle piazze, delle strade, dei vicoli, vennero sbarrate da costruzioni difensive. Nei punti ritenuti tatticamente più importanti i trinceramenti furono rafforzati da vari ordini di reticolato e il sottosuolo venne minato. I campanili, trasformati in osservatori numerati. Per tutta la zona fortificata i poteri passarono nelle mani del comando degli ‘Arditi del Popolo’, costituito da un ristretto numero di operai, in precedenza eletto dalle squadre, fra i quali fu ripartita la direzione delle branche di servizio: difesa e ordinamento interno, approvvigionamenti, sanità” . Dall’esperienza della guerra e del massacro imperialistico gli operai acquisirono la scienza bellica borghese e la trasformarono in arma contro le forze della reazione. 5. La proposta del “fronte unico proletario” La terza ragione della vittoria operaia sta nella linea politica proposta e realizzata in quegli anni dal socialista “anomalo” Picelli. Quest’ultimo era nato e cresciuto nell’Oltretorrente, grazie ai voti del quartiere era diventato deputato nelle elezioni del maggio 1921 e così aveva lasciato il carcere, dove era detenuto da quasi un anno per una manifestazione contro l’invio di granatieri italiani in Albania. Anche da onorevole continuò a vivere e frequentare i rioni proletari, le osterie e le sedi politiche e sindacali di “Parma vecchia”. Picelli divenne il dirigente conosciuto in tutti i borghi, rispettato per la coerenza e il coraggio, apprezzato soprattutto per la sua proposta di unità del movimento operaio contro il fascismo. In quel periodo, nella sola città emiliana, vi erano tre centrali sindacali, in polemica l’una con l’altra, e le forze politiche erano in altrettanto dissidio tra socialisti e comunisti, anarchici e corridoniani, popolari e repubblicani, divisi sia nell’analisi del fascismo che nel metodo per combatterlo. In questo scenario, Picelli propose una strategia di lotta unitaria nel campo sindacale e in quello di difesa militare: “Al fronte unico borghese, bisogna opporre quello proletario. Solo con l’unità avremo il sopravvento, poiché è indiscutibile che noi siamo una forza, forza che non s’impone oggi, solo perché divisa in tanti piccoli raggruppamenti in disaccordo fra di loro. Ma l’unità propriamente detta, non si ottiene certo nel campo politico, né si può pretendere che, chi segue un determinato indirizzo, faccia rinuncia delle proprie idee. No. Ognuno rimanga quello che è, fedele ai propri principii. È sul terreno economico che si deve scendere. Creare l’unione di tutte le forze divise e disperse, sulla base di un accordo, che miri ad un solo obiettivo e per quel fine che è a tutti comune: libertà e difesa della vita. Quando la reazione infuria e fa strage, quando il delitto elevato a sistema è ammesso dalla complicità del governo e dalla magistratura, quando la miseria costringe alla fame famiglie intere, quando le galere rigurgitano di proletari innocenti, quando ogni diritto è calpestato e tutti indistintamente, socialisti, comunisti, sindacalisti ed anarchici, sono sotto il continuo, incessante martellamento e sottoposti allo stesso martirio, colpiti dallo stesso bastone, occorre far tacere le passioni di parte, finirla con le accademie e le discussioni inutili, su questo o quell’indirizzo politico… La borghesia non si divide e non discute, uccide senza pietà” . La base sulla quale costruire l’unità contro il fascismo doveva essere un’alleanza armata del popolo lavoratore: “La borghesia per attaccarci non ha creato un partito che sarebbe stato insufficiente, ma un organismo armato il suo esercito: il fascismo. Noi dobbiamo fare altrettanto. Creare il nostro esercito in modo tale che ci permetta resistere e difenderci. Non c’è altro mezzo” . Il dirigente degli arditi di Parma era consapevole che il fenomeno fascista rappresentava lo strumento repressivo del padronato; era certo, inoltre, che il movimento operaio avrebbe potuto salvarsi dalla reazione solo rispondendo colpo su colpo. Era la fase storica della lotta di classe che necessitava di una tale organizzazione: “Al proletariato occorre un nuovo organo di difesa e di battaglia: ‘il suo esercito’. Le nostre forze devono inquadrarsi e disciplinarsi volontariamente. L’operaio deve trasformarsi in soldato, soldato proletario, ma ‘soldato’. Alla lega di mestiere, nelle riunioni, si trattano questioni strettamente economiche…, al circolo politico questioni di tendenze. L’organizzazione tecnico-militare proletaria invece ha unicamente lo scopo di riunire, irreggimentare e preparare le nostre forze all’azione difensiva” . La proposta di un antifascismo unitario di Picelli aveva una chiara connotazione di classe e veniva accompagnata da una durissima critica ai dirigenti riformisti: “Chi oggi crede ancora o vuol far credere di poter trovare la via d’uscita con la semplice azione morale o si illude o tradisce” ; ed ancora: “Collaborare con la borghesia è offrire la testa al boia. Sappia quindi il popolo martoriato trovare in sé solamente le forze per difendersi, poiché non rimane ad esso altra via” . Su questa linea gli operai e i lavoratori parmigiani trovarono l’unità e vinsero, ma l’esperienza dell’agosto di Parma e la voce del massimo dirigente di quella ribellione restarono inascoltate. Poche settimane dopo il fascismo salì al potere. Pubblicato su “Critica e conflitto”, a. VIII, n. 4, agosto-settembre 2004. |





